Monti, nebbia, apparizioni.

Monti, nebbia, apparizioni.

 

Se sei una grande appassionata di libri, ma in realtà soprattutto di carta, di quelle persone che vestono di librerie le pareti della casa, conservano anche il grande libro dei nomi, quasi avesse un senso farlo, solo perché incapaci di gettare qualsiasi oggetto banalmente rilegato, o di quelle che continuano a chiedersi il perché dell'avere acquistato un e-reader se poi sul comodino è schiacciato da 5 o 6 tomi e, in fondo, neanche ci si può prendere gli appunti a matita, puoi anche pensare tutt'un tratto di essere vittima di un'allucinazione.

E invece no, perché davvero c'era e c'è e suppongo continuerà ad esserci, magari un po' più vuota o cambiata nei contenuti, ma ci sarà.
 
La protagonista della mia apparizione è stata la casetta di legno che compare con le vestigia di una fantomatica Dea Cultura, (d'altronde perché mai se gli antichi Greci la cultura ancora andavano generandola, avrebbero dovuto venerarla?!), al 15esimo chilometro di una corsa che sembrava solo lunga, per poi rischiare di tramutarsi in un vero delirio onirico.
 
Questo succede quando si decide dopo settimane di soggiorno forzato delle proprie scarpe da corsa -rigorosamente per pronatori- nella scarpiera in attesa di momenti migliori, di recuperarle travolti dal sacro fuoco della corsa d'azzardo e dall'amica Virna, sempre che così possa continuare a definirla, col senno di poi.
 
4 monti.
Falso.
Sono Colli, vulcanici, imponenti, Euganei, ma pur sempre colli, solo che monti fa più impressione ed io ero molto impressionata dalla cosa, quindi monti.
Monte Sengiari, Monte Lonzina, Monte Ortone e Monte San Daniele.
 
4 monti da salire e scendere in un tourbillon di 19 chilometri mascherati da 17, perché i podisti sulle distanze mentono sempre, ma chi fa trail ha anche l'attenuante del sentiero che è cambiato, l'erba cresciuta e passiamo di qua che facciamo prima.
Falso.
Non fai prima. Magari non incespichi nei rovi spinosi e ricoperti di brina, ma non fai prima.
 
Di buona c'è la temperatura, quel frescolino che ti tiene iperattivi i muscoli, che non ti annebbia la respirazione e che neanche ti sembra di sudare.
Falso.
Perché se sei a -2 gradi neanche i guanti bianchi di Zenga ad Italia '90 ti fanno pensare di avere ancora con te 10 dita e percepisci il suono del croccante distaccarsi di ogni singola falange quasi fossi a tu per tu con il naufrago iracheno di Lost.
 
Anche la compagnia è davvero cordiale e coinvolgente e non potrai che trovarti bene.
Falso.
Perché per te che sei una (podista? runner? corritrice? Diciamo corrente!) corrente solitaria, quando trovi persone davvero deliziose con cui scambiare queste 2 ore e 20 di vita sofferta, non puoi limitarti ad annuire con la testa al loro scambio di battute. E allora ti impegni come non mai a far tuo il dono della sintesi, a valutare quali aggettivi e convenevoli puoi levare dal tuo favellare per lasciare residui monosillabici che ruberanno al tuo fiato pochissimo ossigeno in alta modalità di risparmio energetico. Che poi tutto questo non ti faccia passare per una sagoma di socievolezza agli occhi del prossimo, questo è un interessante particolare antropologico, ma in certi momenti l'istinto di sopravvivenza ha la meglio su ogni forma di razionalità e buon senso, ahimè.
 
Eppure.
Eppure ad un certo punto, quando credi un lombrico ti stia entrando lungo i calzoni e realizzi, invece, trattarsi di un crampo trotterellante che fa capovolte sotto le calze da sci opportunamente selezionate, eccoti quella sberla in faccia che ti serviva per aprire gli occhi o quanto meno alzarli dalla ghiaia ghiacciata del sentiero verso l'infinito lunare dei colli abbracciati dalla nebbia. E di fronte a loro la Dea Cultura, con la porticina aperta ed invitante quasi non potessi fare altro che fermarti a ristorare la testa oltre che gli occhi.
Una dozzina di libri stipati in questo ligneo rifugio per uccellini, un regalo dell'uomo all'uomo che si arrampica fin lì e che da quella posizione scorge il dono più grande, quello della natura che ti osserva in tutti i suoi colori, pastellati ed ingentiliti dalla foschia invernale.
 
Se c'è una cosa che noi padani abbiamo imparato fin da piccoli è quella di vedere oltre la nebbia, questa imbottitura che si poggia bianca sulle cose più preziose quasi fosse un imballaggio velato che tende a proteggere tutto ciò che c'è di bello, limare gli spigoli, soffocare il caos.
Se c'è un'altra cosa che sappiamo fare molto bene, è quella di lamentarci per 2 ore e 20 di un paesaggio mozzafiato, di un'esperienza che non è per tutti, ma che ci riempie di orgoglio, con una compagnia come quella dei Galzignano Trail Friends che ti accoglie come se ti conoscesse da sempre anche se sei parca di parole e che alla fine dei 19 chilometri organizza un terzo tempo che dal bagagliaio di una station wagon diventa uno stand della migliore festa della birra.
 
Le parole che si risparmiavano alla ricerca del fiato restano tutte chiuse lì dentro, in un collasso di immagini e di emozioni che hanno a che fare con le endorfine scatenate dalla corsa, con il suono delle risate del gruppo, con il frusciare delle zampe di Marley sulle foglie nel suo perpetuo superarci, con la natura che si assopisce per l'intero inverno in questo sonno ghiacciato per farsi pizzicare passo dopo passo dalle nostre scarpe.
 
Ci sono privilegi che non si possono solo vivere, si devono anche correre.
   
Iris Rocca
 
Foto: Mirco Moratello, compagno di fanghi.

 

 

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