Vola solo chi osa farlo.

Vola solo chi osa farlo.

 

 

"Ci penserete per tutta la settimana".
Già. 
Ci abbiamo pensato per tutta la settimana.
Ma non escludo di continuare a farlo domani e per un po' di tempo ancora.

"Quanto dura?"
Lo chiedono tutti e non sai mai cosa rispondere.
Dura il minuto della caduta libera. 
Dura i 4 minuti del volo. 
Dura i 10 minuti di cuore in gola in aereo, quando controlli a ripetizione di essere ben legata all'uomo che ti porterà in salvo, sulla terra. 
Dura i 5 minuti di dialogo che hai avuto con lui, visto per la prima volta, prima di mettergli in mano la tua vita. 
Dura la mattina intera a non mangiare nulla perché non senti più la fame. E perché comunque non si sa mai.
Dura 5 ore, finché l'adrenalina continua a scorrere e a pizzicarti.
Dura una settimana, come dicono coloro che l'hanno già fatto.
Dura tutta la vita, perché l'abbraccio del cielo non ti abbandona più.

"Vola solo chi osa farlo" faceva dire Luis Sepulveda al gatto che insegnò a volare alla gabbianella e, a dirla tutta, quando ci si trova nell'aereo a 4.200 metri e si vedono i primi paracadutisti sparire nel bianco paradisiaco, si comprende che, in realtà, non si osa farlo, è del tutto innaturale, illogico e pazzo.
Anche se si è in compagnia dei colleghi e loro lo stanno facendo, anche se si ha già pagato, anche se si è aspettato tanto questo momento, anche se si è con Ulisse che vola dall'età di 9 anni ed ha accumulato 8000 voli, anche se si scenderà legati indissolubilmente al padre di Ulisse, che non è Laerte, ma semplicemente Walther e di voli alle spalle ne ha ben di più.
Dovrò spiegarlo a Sepulveda che il 20 novembre sarà a Montegrotto Terme alla Fiera delle Parole: non si osa farlo, ma si è con qualcuno che lo farà per te e si è legati, in ogni senso. 

E si vola.
Si mette alla prima persona singolare un verbo che non si sarebbe mai pensato di poter usare svincolato ad un aereo, coniugato per la prima volta all'io solo, senza complementi.

Volo.

Esco dal mondo sospirando e ci rientro con un urlo e tutta la violenza possibile..
A più di 200 km orari, perpendicolare alla mia direzione di vita.

Perdo ogni punto di riferimento, ogni percezione, ogni razionalità. 
Solo emozioni, solo aria, tanta aria, ovunque aria, con tutta l'impalpabilità della sua forza e della sua luce.
Eppure il mio essere così incredibilmente terrena, mi spinge per tutto il tempo a cercare con le mani le braccia dell'istruttore, con gli occhi il paracadute dell'operatore che sta facendo le riprese. Mai come in questo momento, ho bisogno di vedere esseri umani intorno a me, di non sentirmi sola tra le nuvole.

La caduta degli altri, siano i miei compagni di avventura scesi prima di me dall'aereo, sia il video-operatore che scende oltre la mia vista, mi lasciano ancor più senza fiato: una metafora della vita in cui sono le sparizioni altrui a far paura, più di ciò che sta accadendo a me.

E ad un tratto è il cielo a trattenerti, a frenarti, a ritirarti a sé in un rimbalzo elastico, salvifico e brutale.

Un papà che ferma l'altalena sul più bello, al momento giusto, e che ti protegge affinché il volo non si trasformi in caduta. Il papà di Ulisse -non Laerte, ma Walther- ancora lui, che ti regala le onde del mare facendotele assaggiare nel cielo.

Da lì il sole, le nuvole, il verde dei campi, il lasciarsi cullare nel caldo ovattato a 1.500 metri, essere spettatori del mondo, registi dall'alto di un processo terreno intoccabile e perenne, dal quale si è usciti per esserne per qualche minuto muti testimoni.

Era questo ciò che voleva la gabbianella e che volevo io. Quello che vedono le rondini. 

Essere padroni di tutto.   

Iris Rocca
 
 

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